Olio italiano: accordo Coldiretti e Federolio, un attentato al Made in Italy?

Olio italiano: accordo Coldiretti e Federolio, un attentato al Made in Italy

L’accordo, presentato a Roma nei giorni scorsi, ha scatenato molte polemiche tra le associazioni dei produttori olivicoli che accusano il nome olio “italico” di essere un inganno per i consumatori e di promuovere l’Italian Sounding

È stato siglato lo scorso 28 giugno, a Roma, l’accordo di filiera per l’ olio italiano tra Coldiretti, Unaprol, Federolio e FAI (Filiera Agricola Italiana). L’intesa prevede, tra le altre cose,  una soglia minima di prezzo sufficiente a coprire i costi per la produzione e la tracciabilità di filiera, prezzo che può avere maggiorazioni in base a parametri qualitativi. Questo significa che all’ingrosso il prezzo medio di commercializzazione dell’olio sarà di 4,30 euro al kg, mentre il consumatore finale pagherebbe mediamente 5,00 euro a litro per quello in bottiglia. Secondo quanto riportato da Coldiretti l’obiettivo è “di assicurare la sicurezza e le diffusione dell’olio italiano al 100%, stabilizzando le condizioni economiche della vendita”.

Non sono di questo parere, però, le altre associazioni. Gennaro Sicolo, presidente del Consorzio Nazionale degli Olivicoltori (Cno), parla di “svendita della dignità” dei pochi produttori olivicoli rimasti e di prezzi all’origine che non coprono neppure i costi degli agricoltori, figurarsi anche il costo di tracciabilità di filiera. Gli olivicoltori hanno un costo di produzione dell’olio che parte dai 4,80 euro/Kg al Sud, 7 euro/Kg al Centro, fino ad arrivare a 9 euro/Kg al Nord. Soprattutto siamo di fronte ad un  “attentato al Made in Italy” che mette a rischio la qualità, la trasparenza e la tracciabilità dell’ olio italiano.

L’accordo, infatti, accanto alla produzione di olio evo, prevede anche la produzione di “olio italico”, una miscela di oli al 50% italiano e per il restante di provenienza comunitaria ed extracomunitaria.

Il pericolo che il nome ‘Italico’ potrebbe venire impiegato per identificare un blend di oli di qualsivoglia origine, purché almeno la metà sia Made in Italy è molto alto in un settore dove la contraffazione è molto frequente. “La gravità di questa iniziativa – afferma Sicolo – deriva dal fatto che alcune aziende, per logiche di profitto e di mercato anche legittime dal loro punto di vista, tentano di arrivare allo sdoganamento delle miscele di oli (italiano con comunitario ed extracomunitario), auspicata per anni e dal mondo della produzione sempre osteggiata, con la subdola connivenza di Coldiretti”.

Dello stesso parere anche Konsumer Italia, sempre in prima linea per la tutela delle nostre etichette, per la difesa della qualità e dei produttori italiani, e Luigi Canino, presidente Unasco, il Consorzio nazionale dei coltivatori e produttori olivicoli. L’olio “italico” potrebbe difatti ingannare i consumatori e mettere a rischio non solo la sicurezza alimentare ma un’eccellenza legata all’identità e alla tradizione italiana. Lo stesso termine “italico” potrebbe trarre in inganno il consumatore, indotto in errore sulla effettiva origine delle materie prime, a dispetto degli storici proclami di trasparenza invocati più volte dalla stessa Coldiretti.

“Sono anni che combattiamo chi utilizza l’Italian Sounding – afferma Canino –  spacciando per italiani prodotti che italiani non sono e ora Coldiretti attraverso il suo satellite Unaprol e Federolio si mettono a ingannare i consumatori con un Italian Sounding interno!”

Una ricerca Doxa, commissionata da Federolio per approfondire il rapporto tra gli italiani e l’olio d’oliva, ha rivelato che nella scelta dell’olio, tra le caratteristiche prese in considerazione dai consumatori italiani vi sono: l’origine e la provenienza italiana delle olive (52%), il rapporto qualità prezzo (39%) ma anche la trasparenza di tutte le fasi produttive (31%) ed una filiera produttiva certificata (23%).

L’olio Italian Sounding uccide la straordinaria ed unica varietà di oli italiani, anche i Dop, Igp e bio, che costituiscono la ricchezza dell’olivicoltura italiana. L’Italia, tra l’altro, ha il maggior numero di olio extravergine a denominazione in Europa (43 Dop e 4 Igp) ed è il secondo produttore mondiale di olio di oliva, con un patrimonio di 250 milioni di ulivi e 533 varietà di olive. Secondo una ricerca Ismea negli ultimi dieci anni nella Gdo l’olio Evo 100% italiano ha guadagnato spazio sugli scaffali, passando dal 13,3% al 26,6%. Anche quello Dop Igp è aumentato, dal 10,6% al 12,9%, segno che l’interesse sul prodotto di qualità è aumentato. 


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La struttura organizzativa del comparto resta, però, disorganizzata e solo la metà delle aziende sono competitive. La domanda interna è, inoltre, nettamente superiore all’offerta: il consumo interno di olio si attesta intorno alle 600mila tonnellate. Se consideriamo che nel 2017 la produzione ha superato di poco le 400mila tonnellate, è chiaro che il paese non è autosufficiente ed costretto ad importare olio (l’Italia è al primo posto tra i paesi importatori, seguito dagli Stati Uniti). Le aziende italiane hanno comunque bisogno dell’attività di export e infatti il Belpaese è il secondo esportatore di olio, con 411mila tonnellate nel 2017, molto lontano dalla Spagna che primeggia con un milione e 229mila tonnellate.


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Insomma sul futuro dell’olio italiano si stanno addensando tantissime ombre. L’unica certezza è che gli italiani e i consumatori di tutto il mondo hanno diritto alla qualità e alla trasparenza. CNO ha lanciato un appello al Governo ed una petizione contro questo contratto di filiera, nel mentre starebbe valutando ulteriori azioni da mettere in atto per fermarlo.

La guerra per l’olio italiano è appena cominciata. Chi vincerà?

– Aggiornamento del 5 luglio 2018.
Coldiretti ha diffuso un comunicato stampa dove si dice che Italico è una fake news. “Non esiste alcun riferimento al nome Italico nè tantomeno alle miscele di oli extravergine di oliva Made in Italy con quelli importati dall’estero nel più grande contratto di filiera per l’olio Made in Italy di sempre siglato da Coldiretti, Unaprol, Federolio e FAI S.p.A. (Filiera Agricola Italiana), che riguarda un quantitativo di 10 milioni di chili per un valore del contratto di filiera di oltre 50 milioni di euro”.
Questo comunicato è il contrasto con il comunicato stampa di Federolio del 3 luglio 2018 che dice “Rispetto a quello che è stato definito “italico” FEDEROLIO tiene poi a precisare che questo prodotto, oltre a contenere il 50% di prodotto nazionale, avrà una componente di olio non italiano che dovrà comunque rispondere a verificabili requisiti di eccellenza“.

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