Perchè le imprese sono complici della crescita dell’Italian Sounding?

La nuova App Authentico è un valido supporto per colmare il gap con i consumatori

Secondo le stime di Nomisma quest’anno l’export agroalimentare italiano supererà i 40 miliardi di euro, grazie ad una crescita superiore al 6% rispetto al 2016, spinto dalle vendite di vino, salumi e formaggi, che sono anche tre dei prodotti maggiormente a rischio imitazione o falsificazione. Per le imprese che vogliono fare export, in un mercato mondiale dove cresce la richiesta di prodotti italiani, aumenta, inevitabilmente, anche il fenomeno Italian Sounding.

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Ma da cosa deriva il fenomeno dell’Italian Sounding? Leggendo con maggiore attenzione l’ultimo Agrifood Monitor di Nomisma, si evince che “il sistema produttivo agroalimentare italiano non è competitivo. Il settore, in particolare è molto frammentato e poco market oriented. Nel mondo cresce la domanda di cibo italiano ma le imprese non sono strutturalmente pronte all’internazionalizzazione e sono poco orientate al mercato. Se il settore cresce lo si deve principalmente – come si legge nel rapporto – a 4 regioni: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, che rappresentano oltre il 60% dell’export grazie alla presenza di imprese più dimensionate, a reti infrastrutturali più sviluppate e a produzione alimentari maggiormente “market oriented”. Il Mezzogiorno incide per meno del 20%”.

“L’aumento dell’export unito ad un consolidamento della ripresa dei consumi alimentari sul mercato nazionale (+1,1% le vendite alimentari nei primi 9 mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2016) prefigurano un 2017 all’insegna della crescita economica per le imprese della filiera agroalimentare” dichiara Denis Pantini, Responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma.

Una filiera che dalla produzione agricola alla distribuzione al dettaglio e ristorazione vale oltre 130 miliardi di euro di valore aggiunto (pari al 9% del Pil italiano), genera lavoro per oltre 3,2 milioni di occupati (il 13% del totale) e coinvolge 1,3 milioni di imprese (il 25% delle aziende attive iscritte nel Registro Imprese delle Camere di Commercio).

Non male per un settore fortemente frammentato dove le imprese alimentari con più di 50 addetti (quelle medio-grandi) rappresentano appena il 2% del totale, quando in altri paesi competitor – come la Germania – questa incidenza arriva al 10%. E questo spiega anche perché la propensione all’export della nostra industria alimentare sia pari al 23% contro il 33% della Germania, o visto da un’altra angolatura, perché le nostre esportazioni per quanto in crescita siano ancora molto inferiori a quelle francesi (59 miliardi di euro) o tedesche (73 miliardi).

A dispetto della sua forte vocazionalità agroalimentare, infatti, e della notorietà di cui godono i prodotti del Made in Italy, a livello mondiale l’Italia ricopre solamente il nono posto tra i principali esportatori in un mercato guidato dagli Stati Uniti con un valore dell’export agroalimentare superiore ai 127 miliardi di euro.

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