Albicocche del Vesuvio, 100 varietà da scoprire

ALBICOCCHE DEL VESUVIO CRISOMMOLE

I nomi di alcune delle varietà fanno sorridere: pellecchiella, cafona, vitillo, vicienzo e’maria, boccuccia. Ma il sapore delle albicocche del Vesuvio è una cosa seria, con quello non si scherza…

Si producono in diversi Paesi, ma quelle più gustose e rinomate sono le albicocche del Vesuvio: un sapore e un profumo che indusse i Romani ad introdurle in Italia dall’Armenia e dalla Grecia. In napoletano vengono chiamate Crisommole, per via dell’origine greca del nome, Chrysounmelon, che significa “frutto d’oro” o “pomo aureo”, non a caso. Non solo per l’aspetto dei frutti quando sono sugli alberi che popolano le falde del Vesuvio, che luccicano come pepite d’oro. Ma per il sapore delle albicocche quando sono mature, dolcissime tanto da sprigionare l’oro in bocca. Fino ai primi cinquant’anni del Novecento le albicocche del Vesuvio erano i frutti più coltivati nella zona, se ne contavano circa 100 varietà, interamente autoctone e frutto di una selezione mendeliana.

Da allora tutto è cambiato. L’urbanizzazione massiva nell’area vesuviana, a discapito delle zone destinate all’agricoltura, la coltivazione in frutteti ad alta densità e meccanizzabili (agricoltura non praticabile sul Vesuvio), hanno portato alla nascita di zone di produzione in altre regioni. In più, c’è da considerare il fatto che sono facilmente deperibili, perché per la coltivazione non vengono utilizzati trattamenti a base di conservanti chimici, a differenza delle produzioni industriali. Tutte queste circostanze hanno spinto il Presidio Slow Food a rilanciare questa realtà, per salvaguardare la biodiversità varietale di un frutto così prezioso da detenere il marchio IGP.


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Scopriamo qualcosa in più sulle albicocche del Vesuvio IGP!

Qual è la loro origine?

Già Plinio Il Vecchio nel I sec. d.C. le racconta. Ma cenni di una cultura intensiva si hanno a partire dal 1583 quando Gian Battista Della Porta, scienziato napoletano, divide le albicocche in Bericocche di forma tonda, con la polpa molle, bianca e aderente al nocciolo e le Crisomele, con la polpa non aderente al nocciolo, molto colorate, soavi e più pregiate, nell’opera “Suae Villae Pomarium”.

Sono, invece, descritte così nel “Breve ragguaglio dell’Agricoltura e Pastorizia del Regno di Napoli” risalente alla metà dell’800: “Dopo il fico, l’albicocco è forse l’albero fruttifero più abbondante presso Napoli, soprattutto nei contorni del Vesuvio, dove vien meglio che altrove; e più maniere se ne contano differenti nelle frutta, le quali nel nostro dialetto son chiamate crisommole”.

La pianta è originaria del nord della Cina e si è poi diffusa in Asia Centrale, dove Alessandro Magno l’ha conosciuta. Sono stati poi gli Arabi a diffondere le albicocche nel Mediterraneo ed i Romani le hanno introdotte in Italia intorno al 70 a.C..

Come si coltivano?

L’albicocco richiede molta luce e ha bisogno di un terreno sabbioso e ricco di minerali. Il Vesuvio, espressione di questi privilegi, rende le sue albicocche frutti dalle caratteristiche organolettiche indiscutibili ed inimitabili. Le piante vengono disposte in buche profonde 30 cm, distanti circa 4 m l’una dall’altra. Negli anni in cui le coltivazioni erano floride, il loro sviluppo era osservato attentamente. Se i contadini vesuviani individuavano caratteri morfologici, organolettici o commerciali interessanti, gli albicocchi erano mantenuti e propagati, altrimenti erano espiantati. Adesso le piante vengono coltivate insieme ad altre piante da frutto e ortaggi, nei cosiddetti campi di collezione varietale. Non vengono utilizzati diserbanti e la concimazione è fatta solo con prodotti organici. La fertilità del suolo vulcanico, la sua ricchezza di minerali e di potassio sono l’habitat ideale per le albicocche del Vesuvio.

La raccolta è svolta esclusivamente a mano e, a seconda delle varietà, tra fine maggio e luglio.

Come si riconoscono le autentiche albicocche del Vesuvio?

Le albicocche del Vesuvio somigliano a piccole mele oblunghe, il colore va dal giallo all’arancione. La superficie è vellutata. Se durante la coltivazione sono favorite da un clima poco umido la loro buccia sarà vellutata come le pesche e senza difetti in superficie. Nonostante le tante varietà di ecotipi, possono essere riconosciute osservando la dimensione, la levigatezza della buccia, la dolcezza o l’intensità delle note aromatiche. Ci sono caratteristiche che le accomunano però, tutte, nella stessa denominazione, ovvero la polpa gialla e zuccherina, il profumo intenso e le sfumature rosse sulla buccia.

Le varietà migliori hanno una leggera puntinatura esterna, simili a lentiggini rossastre.

Curiosità sulle albicocche del Vesuvio

Quando i contadini selezionavano una nuova varietà, chiamata “razza nativa”, o “verace”, o “riuscita” o, ancora, “pelese”, essa prendeva il nome o il soprannome del contadino che l’aveva ottenuta. Oppure il nome poteva derivare da qualche caratteristica del frutto, o da uno spiccato carattere della pianta, o dal luogo o podere in cui era coltivata. Ecco allora che ci sono nomi bizzarri che le identificano, come le citate pellecchiella, cafona, vitillo, vicienzo e’maria, boccuccia, e ancora, ceccona, palummella, S. Castrese, boccuccia liscia, boccuccia spinosa, fracasso, barracca, portici, prete bello, prete, taviello, San Francesco, setacciara, acqua di Serino, vollese, caiana e altri.

Mai conservarle in frigo, ma lasciatele semplicemente al fresco, altrimenti sapore e profumo ne risentono.

I puristi le mangiano senza lavarle, strofinandole semplicemente lungo il braccio. Ovviamente in caso di coltivazioni non biologiche è sempre meglio lavarle.

Poiché sono facilmente deperibili, sono state sempre state trasformate in succhi e polpe. Sono molte richieste dalla produzione industriale per ricavare canditi, nettari, confetture ed essiccati. Una minima parte viene anche trasformata in prodotti surgelati e sciroppati.

Le confetture di albicocche del Vesuvio fatte in casa popolano molti ricordi d’infanzia.

Sono estremamente apprezzate per la creazione di dolci: ne è un esempio il panettone all’albicocca ideato da Alfonso Pepe, con un ripieno di albicocca pellecchiella, considerata la regina delle albicocche vesuviane, che oggi si trova in moltissimi panettoni artigianali campani.

Con il termine tecnico “apricottatura” usato in pasticceria, che deriva dal francese apricot, si intende l’operazione di spalmare la superficie di un dolce di pasta, tipicamente una torta, con una gelatina di frutta, di solito di albicocche, da cui il nome della tecnica, come nella famosa Sachertorte (Torta Sacher).

Ma se questo non bastasse…

L’ormai celebre pizzaiolo di Caiazzo, Franco Pepe, ha ideato la Pizza Dolce Crisommola con ricotta, confettura di Albicocche del Vesuvio, nocciole tritate e olive caiazzane. Il successo di questa pizza è stato sancito dalla Guida alle Pizzerie di Italia del Gambero Rosso del 2019, che la eletta Migliore Pizza Dolce dell’Anno. E non è stato l’unico ad aver adoperato l’albicocca del Vesuvio per farcire una pizza. Anche Daniele Gourmet di Avellino, ha inventato la suggestiva Pizza Dolce Innamorarsi sul Vesuvio, con pasta al cacao, burro e albicocca del Vesuvio. Mentre la Pizzeria Magma di Torre del Greco vanta nel suo menu la Pizza Boccuccia Liscia, con stracciata di bufala e prosciutto.

L’importanza delle albicocche del Vesuvio non va ricondotta solo al sapore straordinario. È quello che rappresentano per il territorio vesuviano, dove i produttori portano avanti tradizioni e saperi secolari che, altrimenti, andrebbero persi, sfidando condizioni impervie. Tutto ciò, per far conoscere al mondo i prodotti autentici Made in Campania.

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