Accordo CETA: ha ragione il ministro Teresa Bellanova o Slow Food?

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Il neo Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova è favorevole alla ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada, Slow Food le chiede di rivedere la sua posizione, chi ha ragione?

In netta contrapposizione con il precedente Governo, la neo ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova è favorevole alla ratifica del CETA. E lo siamo anche noi. Perché il CETA ha favorito l’export italiano e ha contribuito a contrastare l’Italian sounding. Lo dicono i numeri. La nostra non è una posizione politica ma nasce dall’analisi dei dati dell’export e del complesso scenario di mercato che stiamo vivendo dovuto alla guerra dei dazi.

Coldiretti, che da sempre si è opposta alla ratifica perché «tutela solo una piccola parte dei prodotti Igp e Dop» è supportata nella battaglia anche da Slow Food. Entrambe hanno chiesto al ministro delle politiche agricole Teresa Bellanova di rivedere la sua posizione sul Ceta “perché oggi quegli accordi non chiedono ai nostri partner commerciali di alzare l’asticella delle loro produzioni e anzi ci costringono in una competizione internazionale la cui bussola continua a essere la sacralità del libero mercato, che altro non fa se non spingere al ribasso i prezzi, trascinando con sé di conseguenza un allentamento dei nostri più stringenti standard qualitativi.”

Chi ha ragione ? Come la storia ci insegna, sono i numeri ad avere sempre ragione.

Di recente è stato diffuso il bilancio degli 11 mesi di applicazione del Ceta, grazie al quale l’export italiano verso il Canada è cresciuto di quasi il 13% superando i 4 miliardi di euro. Inoltre è stato rilevato che l’impatto su Pil dell’Italia è superiore a media UE

Il Centro Studi Manlio Rossi Doria (CRES) presso l’Università di Roma Tre, ha pubblicato una ricerca innovativa nel metodo, dalla quale emerge che il mercato alimentare italiano ha subito un incremento del 40% in un anno.

Contrariamente a quanto sosteneva Coldiretti anni addietro nella campagna STOP CETA, a risentire dell’accordo sono stati i produttori canadesi che si sono dovuti adeguare alle severe normative europee per quanto riguarda la produzione di alimenti. Sia nel settore agricoltura, per colpa dell’utilizzo del glifosato, sia nell’allevamento, a causa degli ormoni della crescita, i canadesi hanno visto dimezzare le loro esportazioni. Infatti, il centro studi della SACE rivela che oggi per ogni prodotto canadese che entra in Italia, ci sono tre prodotti italiani che escono verso il Canada, con grande vantaggio per la bilancia commerciale e per le circa 13 mila aziende esportatrici. 


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Sul fronte della polemica circa la mancanza di  tutela delle nostre eccellenze, bisogna ricordare che grazie al Ceta l’Italia ha ottenuto la protezione di ben 41 denominazioni di Indicazioni Geografica, più della Francia nostro diretto competitor, quasi il doppio della Spagna e il quadruplo della Germania. Un riconoscimento che consente concretamente di tutelare i nostri marchi e prodotti tramite una semplice azione amministrativa e non più attraverso un’azione giudiziaria.

Per fare un esempio concreto, il nostro Prosciutto di Parma, prima della conclusione del trattato doveva essere commercializzato in Canada come ‘Original Prosciutto’ perché il marchio Parma era registrato da un’impresa locale, adesso può vendere con la propria denominazione. La protezione CETA per tutti i prodotti a indicazione geografica europei viene rafforzata dal divieto di indurre in errore il consumatore sulla vera origine del prodotto. L’uso ingannevole di bandiere e altri simboli che evocano il Paese di provenienza sarà vietato. Quello che da sempre auspichiamo è diventato realtà in Canada!

Slow Food e Coldiretti sostengono che 41 indicazioni geografiche siano poche a fronte delle tante Dop e Igp italiane, e che “non si tratta di un vantaggio per tutti, ma di un affare per pochi”. Varrebbe la pena ricordare che le 41 IG riconosciute valgono quasi il 90% del nostro export.

E’ normale che le grandi aziende e i consorzi strutturati per l’export sono i primi a godere degli accordi commerciali, ma nel medio-lungo termine anche i piccoli si avvantaggeranno. Crescendo la voglia di cibo italiano autentico anche all’estero cominceranno a cercare altri prodotti meno noti.

Tuttavia, come ha fatto notare qualche commentatore, l’essenza di un negoziato sta nel raggiungimento di un compromesso. Pretendere che si sarebbe potuto ottenere un riconoscimento totale dei nostri prodotti è illogico, oltre che inutile. Infatti, non si capisce che danni può fare il CETA sui piccoli segmenti di prodotti di eccellenza citati spesso da Carlin Petrini come i Pizzoccheri della Valtellina, l’Anguria Reggiana, la Patata del Fucino, il Fagiolo di Controne, il Pisello centogiorni, il Maracuoccio di Lentiscosa, prodotti di nicchia con produzioni così limitate che difficilmente arrivano fuori regione, figuriamoci all’estero.

Slow Food, che alla luce dei fatti non può più appellarsi alla congettura che il CETA avrebbe favorito l’ingresso di Ogm e pesticidi, adesso inneggia alla teoria “Piccolo è bello” dell’economista e filosofo tedesco Ernst Friedrich Schumacher, per Petrini & Co. sarebbe meglio che ognuno produca il formaggio in casa propria, con il proprio latte, “anziché accontentarci di difendere l’export di qualche nostro prodotto di punta.”

Ma come ha invitato la ministra Teresa Bellanova dal MIPAAF, è necessario uscire dai proclami. “Il nostro paese ha bisogno di mercati aperti e non ha bisogno di dazi. L’Italia ha bisogno di far riconoscere la qualità dei propri prodotti e ha bisogno di far arrivare i prodotti di qualità sui mercati che sono sempre più lontani ma che si possono permettere il costo dei made in Italy.

Il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement)  è un esempio di modello avanzato di gestione della globalizzazione. In un periodo come quello odierno, con la mannaia incombente del WTO sui dazi e la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, accordi come il CETA sono fondamentali per il nostro paese.


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L’Italia dei produttori e degli esportatori resta con il fiato sospeso. Un’eventuale mancata approvazione causerebbe un danno di circa 400 milioni di euro alle nostre imprese mentre l’approvazione potrebbe riprodurre i modelli economici degli ultimi 11 mesi con prospettive molto positive.