Un settore trainante per la nazione, il cibo Made in Italy, partendo dal campo alla tavola, mostra tante criticità. Prezzi alti e carenza di personale nella ristorazione. Perché?
Tutto il mondo del cibo Made in Italy ha un valore inestimabile, ma volendo provare a dare un numero si attesta intorno ai 575 miliardi di euro nel 2021 (7% in più rispetto all’anno precedente). Il Made in Italy è la prima ricchezza italiana, vale quasi un quarto del Pil nazionale e, nella sua totalità, include 4 milioni di lavoratori in 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio.
Il Made in Italy a tavola, che parte dal settore dell’agricoltura e culmina proprio nella ristorazione, è in questo periodo storico minato da due fattori: il primo è l’aumento dei prezzi delle materie prime, il secondo la mancanza di personale nella ristorazione. Entrambi i fattori sono inevitabilmente la conseguenza degli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi anni, pandemia e guerra in Ucraina, ma sono anche causati da fenomeni sociale e speculativi. Nonostante ci pensi l’export a mantenere alto il valore del cibo italiano, con il record segnato nel 2021 di 52 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari italiane, che dal primo semestre del 2022 sembra ancora in crescita.
Dagli aumenti del cibo Made in Italy nel carrello …
I prodotti alimentari, chi più chi meno, hanno registrato un aumento dei prezzi non sempre irrilevante, tanto da rendere possibile la stesura di una blacklist dei rincari. l’Istat in queste settimane ha certificato il livello record raggiunto dall’inflazione, per un tasso del 6.5% raggiunto a marzo, fenomeno che non si registrava dal 1991. Il carrello della spesa ad aprile si attesta dunque intorno al 6%, con aumenti che toccano sia i beni alimentari che i prodotti per la cura della persona e della casa. Il prezzo dell’energia, aumentato con la guerra in Ucraina ( da cui deriva anche la carenza di determinate materie prime), combinato agli effetti della pandemia, sta colpendo tutti i consumi a livello globale.
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…alla crisi generazionale
Nelle ultime settimane, a completare il quadro della crisi del cibo Made in Italy, si dibatte molto in ambito della ristorazione, della crisi per mancanza di personale nelle sale dei ristoranti. I patron, sia di ristoranti stellati che di piccole realtà provinciali, denunciano una mancanza di vocazione da parte delle nuove generazioni, accusandoli di essere poco propensi allo spirito di sacrificio. Questo il motivo principale secondo i ristoratori, unito alla responsabilità che attribuiscono al reddito di cittadinanza. Proprio quest’ultima accusa ha suscitato parecchie discussioni.
In tanti rispondono a loro volta che gli orari massacranti e salari che non rendono giustizia al lavoro svolto sono il motivo principale che fa desistere da accettare lavori nel campo della ristorazione. Su questo punto è plausibile, in un’ottica di lavoro sostenibile, dover riformare il sistema della ristorazione in Italia, dato che la media dello stipendio di uno chef si aggira attorno ai 1.700 euro netti al mese, mentre lo stipendio di un cameriere (in media) si attesta sui 1.250 euro netti al mese. Ma gli imprenditori, d’altro canto, hanno subito parecchie chiusure e dovrebbero essere aiutati dal Governo per poter dare maggiori tutele contrattuali per le categorie da assumere. Dunque, quello che emerge di fondo è un’insofferenza generalizzata nel campo della ristorazione, il tutto alle porte dell’apertura della stagione turistica che al momento è in allarme.
La verità è sempre nel mezzo, sicuramente da quando si è deciso di liberalizzare le licenze abbiamo assistito ad una proliferazione di ristoranti e pizzerie dove in alcune città l’offerta supera la domanda e questo influisce anche sulla reale disponibilità di giovani e professionisti da arruolare, molti dei quali preferiscono magari andare all’estero.
È il caso di porsi qualche domanda
Se per quanto riguarda gli aspetti dell’aumento dei costi è necessario attendere un ritorno alla normalità ed ottimizzare le risorse, per quanto riguarda la mancanza di personale nel campo della ristorazione, l’attenzione ai giovani è doverosa. È necessario interrogarsi, perché dalle giuste domande possono nascere le soluzioni. Serve organizzazione per quanto riguarda la ripartizione di turni e mansioni. È impensabile pensare di poter gestire i ristoranti con turni massacranti ed orari indefiniti, quello a cui tutti dovrebbero far attenzione è senz’altro la qualità della vita e dell’ambiente di lavoro…utopia? Sicuramente ogni modifica di turnazione e salariale comporterà un aumento dei costi, la domanda finale è: i consumatori sono disposti a pagare di più per questo nuovo equilibrio economico-sociale?
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